Monday, September 7, 2009

fottuti bottoni


I commenti che ho raccolto su “Tarot Sport”, il nuovo Fuck Buttons, sono variabili, ma più o meno tutti partecipano del medesimo concetto. Eccone alcuni:

- è truzzo
- è TRUZZISSIMO
- è più truzzo dell’altro

Da tutto questo ho evinto che il disco sia molto dance. Niente di male in questo. L’ho ascoltato in ufficio una sola volta, finora, in un raro quarto d’ora in cui ero sola nella stanza, en plein air. E ovviamente mi ha innervosito. Vi spiego perché: io credo che i FB vadano ascoltati in cuffia, in un particolare stato mentale che comporta la perdita temporanea di tutti i propri pensieri. Il suono deve riempirti la testa fino a che l’unica-cosa-che-ci-è-rimasta-è-il-suono. Dopo di che è possibile prendere una posizione sulla band. O sul disco. Primo o secondo che sia. Suppongo che questa qualità tenda a farli finire nel contenitore “psichedelia”, che è un genere che richiede un certo tipo di ascolto, nel quale io non sono mai stata molto brava. Quindi l’effetto che di solito mi fanno i Fuck Buttons, che ho imparato ad amare, è stato il sonno. Che dormite che mi sono fatta con il primo album. E spero di farmene anche con “Tarot Sport”. Si dice che il sonno subentri quando si perde coscienza della propria pesantezza (cioé si perdono i propri tormenti, o pensieri in senso lato), perciò, there you go, quadra tutto.

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BACK.

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Monday, January 5, 2009

put pictures of places in frames

I ricordi della mia vita a Parigi sono assai nitidi, anche se sono passati cinque anni. Avevo una casa bellissima e pochi amici, passavo tantissimo tempo da sola e ovviamente andare ai concerti per conto mio non mi spaventava allora come non mi spaventa adesso (quando ripenso di essere andata senza compagnia al SXSW per tre anni di fila alzo un po’ il mento).
Del periodo, sei mesi, ricordo tre concerti molto bene.
Il primo aveva una line-up da brividi ed era perduto nella banlieu, in una specie di centro sociale: Julie Doiron + New Year, oh my! Il secondo è stato quello dei Concretes al Nouveau Casino, che però mi è caro per altre ragioni. Il terzo è stato quello di Kimya Dawson, con una spalla speciale.

Il Point Ephemere, che esiste ancora alla grande, è sul Canal Saint Martin. Anche quello è una specie di centro sociale, o almeno così lo ricordo, con tante locandine in bianco e nero che presentavano il concerto di Felix Kubin e quello degli Animal Collective (visto anche quello, ma non memorabile). Mi piace indagare i miei ricordi e quando rivisito i miei passi sulla strada ciottolosa sulla sponda del canale rivedo delle lucine bianche e dei tavolini fuori, un gran casino all’interno (fumo, chiacchiere, francese fittofitto) e un palco altissimo. Tra i volti ovviamente sfuocati degli avventori del bar ne ricordo uno in particolare, perché dovevo averlo incocciato dieci volte nel corso della serata: un ragazzetto basso, con un berreto, la faccia pulita e anonima, un nasino, beh, alla francese. Carinissimo - e altezzosissimo.
Lo vidi sul palco poco dopo, con un tizio alto e lungo, in pratica il suo opposto speculare: in luogo delle guance come culi di neonato, una barba lunga e incolta, al posto dell’andatura fiera un passo sbilenco. Scoprii che il fanciulletto era Néman Dune. E, quanto alla sua controfigura attraverso lo specchio, si trattava di Herman David-Ivar. La band, ma và?, erano gli Herman Dune, oltretutto - mi dissero - proprietari del Point Ephemere (da lì la superbia da padrone di casa del giovane Néman). Così feci la loro conoscenza: accidenti, giocavano in casa.

Del 2008 appena passato serbo il disco degli Herman Dune. Che dal 2004 non hanno smesso di rappresentare quello che per me dovrebbe essere un certo tipo di folk cialtrone e slam, vicinissimo a quello del Calvin Johnson su cui mi sono formata (nel settore). Sono francesi, metà svedesi, americani nel nocciolo: da questa commistione mi sembra venga la finezza delle loro canzoni e allo stesso tempo la loro sciatteria. Non so se vi è capitato di ascoltare Next Year In Zion, sappiate che è una collezione di pezzi che insieme suonano perfetti per miracolo, perché sembrano accatastati uno sull’altro la sera prima, durante una sbronza colossale in un baraccio. Sono storie semplicissime, i testi sono spesso e volentieri male arrangiati, eppure arrivano all’orecchio poetici e ubiqui, adatti a ogni luogo, ogni momento. Sento negli Herman Dune qualcosa che assomiglia a stracci della cultura beatnik e del pop degli anni Novanta, un caos meraviglioso che funziona per puro caso, o così pare.
Una sola traccia fa eccezione, ed è la prima, la mia canzone del 2008: My Home Is Nowhere Without You. Sarà per via di quegli anni ancora assai nitidi, quelli parigini, perché il video, attraverso il quale l’ho conosciuta, sembra essere girato a Parigi. Sarà che il 2008 è stato l’anno in cui, più che mai, mi sono sentita senza casa al punto che la sola casa erano i miei affetti.

Credo, però, che gli Herman Dune cresceranno ancora, che questo sia solo un assaggio di quel che sono capaci.

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Monday, September 15, 2008

dirty, dirty, dirty dancing

Posted by MarinaP at 23:08:21 | Permalink | Comments (3)

Saturday, September 6, 2008

The Clone Wars


Ah, non perdere mai le vecchie abitudini. Uscirono le Pipettes e subito dopo vennero fuori le Puppini Sisters (ne scrissi) così come qualche attento discografico si è accorto dell’enorme successo riscosso dalla magnifica Zooey Deschanel e del suo act con M. Ward She and Him… e ha pensato bene di sfornare Kate Perry. Che a Zooey è identica, solo con un quarto della classe. Poi, I Kissed a Girl a me piace anche, nonostante abbia il video/canzone più conservatore della storia (com’on: hai baciato una ragazza ma per fortuna poi ti svegli sicura e contenta nel tuo lettino assime al tuo uomo? CL anyone? A questo proposito consiglio vivamente di leggere questo piuttosto intelligente post)

Il video di I Kissed a Girl:

Il video di Why Do You Let Me Stay Here? degli She and Him:

Posted by MarinaP at 14:31:51 | Permalink | Comments (5)

How Soon Is Now? (housing edit)

La maggior parte delle telefonate che figurano sul mio cellulare nelle ultime due settimane sono di numeri di Milano non meglio identificati. Ricordo l’incipit con cui le ho iniziate, tutte: “salve, cerco una locazione qui a Milano”.

Cercare casa è come cercare l’amore, con alcune dovute differenze e moltissime somiglianze. Pensateci: ci sono i primi appuntamenti, sempre carichissimi di speranze, che seguono nei casi migliori a una buona disposizione sulla tipologia (alto, bruno, magro o grasso come piano alto, con finiture in legno o tutto bianco, semi-arredato o arredato); ci sono le trattative e i compromessi (non ha gli occhi azzurri ma è di buon carattere, come dire che non ha la vista ma è di ampia metratura) ma uno in linea di massima cerca sempre il colpo di fulmine (è perfetto, bello buono e ricco, come dire, è l’ideale, è nella zona che ho scelto, ha uno studio, ha la lavatrice!); ci sono i vantaggi o gli svantaggi marginali (amiamo gli stessi film ma non ascoltiamo esattamente la stessa musica, è all’ultimo piano ma senza ascensore); ce lo si può permettere o meno (è decisamente out of my league, costa troppo).

Ecco. Qui il titolo del post: how soon is now (housing edit).

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Friday, August 29, 2008

The Winehouse Rules


Al SXSW 2007 c’era un hype mostruoso attorno a Amy Winehouse, ma ai tempi non avevo ancora imparato che un buon payoff per il festival indie più cool del pianeta dovrebbe essere “vai con le masse e male non ti troverai”. Insomma la snobbai. E oggi, di tutti gli act che mi sono persa lì e che poi pochi mesi dopo hanno fatto il botto e sfillaciato nonché distrutto la mia diffidenza, non averla mai vista dal vivo è uno dei peggiori rimpianti.
La cosa mi incuriosisce. Di tutte le celebrity sfortunate, calunniate, bizzarre e impertinenti, la Winehouse ha un posto speciale nel mio almanacco; la trovo bella, e fragile. Leggo con avidità dei pasticci in cui si ficca e quando mi trovo davanti a una sua intervista (come quella sullo scorso o presente numero di Rolling Stone) cerco di imaginarmela nei minimi dettagli: che tipo di barcollamento investe la sua andatura, con quali gesti si passa l’eyeliner, come suona la sua voce quando dice quell’ormai famoso “my baby” riferito all’adorato avanzo di galera del marito. Insomma, in sordina, ho sviluppato una disdicevole Winehouse-mania, coltivata (almeno finora) con dovizia e discrezione. Dev’essere il potere del guilty pleasure, ma in un’accezione particolare: io non possiedo Back To Black non tanto perché penso sia mainstream o puttanate del genere - mi fa pena chi la pensa così, onestamente - ma perché l’ascolto di certe canzoni della Winehouse mi spappola il cuore come poco altro.
Razionalmente, penso che la faccenda abbia a che fare con il mio debole per i girl groups, a cui lei naturalmente attinge, quanto a stile, a piene mani; dall’altro mi sembra che canzoni come la title-track sorpassino con fierezza il confine del dicibile e ricadano in qualla sfera un po’ maudit del “boh? ma per quale diavolo di ragione mi becca così male?”. Per una persona, come me, che quasi quasi non crede esistano cose non esprimibili con le parole (posizione radicale e in odor di studi universitari, di certo) si tratta sempre di una sconfitta, questa si, colpevole.

Tutto questo l’ho scritto perché ho ascoltato quanto sotto. Se vi volete malissimo cliccatela.

Lightspeed Champion - Back To Black (Amy Winehouse cover)

Posted by MarinaP at 09:48:53 | Permalink | Comments (4)

Thursday, August 28, 2008

Here We Start Again.

Mi sono trasferita a Milano. Cioè. Una parte di me lo ha fatto, quella che tollera non avere dietro, con sé, il desktop, i dischi e i libri. Trovare casa prende tempo, se si vuole essere assolutamente certi di aver fatto la scelta giusta, cosa assai difficile quando le occasioni sono relativamente infinite. Così prima che inizi il nuovo lavoro (il primo in un’azienda) e mi renda conto di vivere in una metropoli (la prima con più di un’aria di temporaneità) mi sento ferma e coi muscoli tesi, come un corridore un secondo prima del via. Chi parla della sicurezza degli oggetti ha ragione; uno vorrebbe la comoda banalità delle cose, noiosa e usuale, in cima a pile di cambiamenti tanto imponenti da mettere un po’ in soggezione.

Non sono triste. Non mi manca Bologna. Sono contenta di ripartire.

Posted by MarinaP at 16:11:08 | Permalink | Comments (5)

Wednesday, August 6, 2008

Slow Show

Per certi versi è deprimente, ma mi considero davvero un buon campione della media nazionale della “mia” categoria: under-thirty, multimedia heavy consumer, foreign show-addicted, fashion follower, parla-un-italiano-pieno-di-riempitivi-inglesi-per concetti-specifici-e-meno-specifici. Così, quando le voci su Mad Men sono arrivate alle mie orecchie, ho capito che è era arrivato il suo momento e che, come me, stava raccogliendo adepti nel resto del mondo. In maniera più o meno simultanea.

MM è uno slow show in senso letteralissimo: è lento. Non è una sit-com anche se ne avrebbe davvero tutte le caratteristiche di unità spazio-temporale (gli episodi non sono conchiusi) e non è un serial che spezza la medesima storia, fatta di cliffhanger e colpi di scena mirabolanti, in più tranches (non è un Lost o un Heroes, insomma, ma ha vari elementi di Twin Peaks e di The Office). È una via di mezzo. Credo che non raccontare una storia precisa sia molto più difficile del farlo: così, MM ritrae una situazione, definisce gli alti e bassi di un mestiere tirato a lucido dopo qualche anno di oblio, ruota attorno a personaggi con storie alle spalle più o meno intense, ma scoperte con una flemma canaglia. La cornice: i favolosi 60s prima che molti costumi americani cambiassero, a partire dall’emancipazione femminile per finire con il sentire generale verso il fumo. L’epoca ormai remota concede ai creatori molte, molte licenze (ma la political correctness americana trionfa sempre alla fine; mai dubitarne).

È questione di origine: l’assiologia generale dello show non è così diversa da quella di Velluto Blu di Lynch. Il male è sottoterra, sepolto sei piedi più in basso; emerge quel tanto che serve per generare continuamente gramigna e attirare scarafaggi. Che si tratti dell’assassinio di Kennedy, dell’immoralità di una perfetta e bellissima casalinga madre di due bambini angelici, del terremoto del ‘29 che ancora vibra sotto i piedi dei magnate, del demonio stesso (il denaro, ovvio) ha poca importanza. MM scava nel male. A tenere incollati allo schermo di un telefilm così moscio e uneventful è proprio la tensione; la sensazione - invadente, scomoda, intrigante - che la caduta sia imminente. Il metodo è quello hitchcockiano. Proprio Alfredone è l’altro nume tutelare dell’operazione intera: caso non è, di certo, che i protagonisti siano dei cloni di Grace Kelly (Betty Draper) e Cary Grant (Don Draper). Non solo: la galleria è lunga - rinati dalle loro ceneri Orson Welles (Paul Kinsey) e Lauren Bacall (Rachel Menken), Bette Davis (Peggy Olson, idolo indiscusso e “protofemminista”), Shirley McLaine (Midge), Ava Gardner (l’incredibile Venere Rossa Joan Halloway). Insomma, per i seguaci del cinema americano degli anni Sessanta, un autentico spasso.

Credo che d’ora in poi, essendo a passo con la serie così com’è trasmessa negli States, commenterò ogni puntata qui su. Spolier alert, sarebbe a dire; in alternativa, passate un bel weekend asfittico a base di paglie, scotch e patemi d’animo.

Qui di sotto la sigla, just in case vi sia sfuggita. Il pezzo (Bernstein a manetta) è di RJD2.

alt : http://www.youtube.com/v/WcRr-Fb5xQo&hl=en&fs=1

Posted by MarinaP at 21:37:26 | Permalink | Comments (2)

Tuesday, August 5, 2008

A nice bottle of chilled blues, please.

Agosto è come Capodanno. Mi chiedo perché sia talmente impopolare disprezzarlo. Ieri una commessa di un negozio di scarpe qui a Milano mi ha chiesto “…ma perchè?!” quando, a domanda, le ho risposto che sarei stata di lì a poco a Copenhagen e Stoccolma. Ehm…perché sono importanti capitali europee? Perché per rilassarsi non esiste solo la sabbia? Perché sei deficiente? Dopo di che mi ha ritenuto “fuori di testa” per aver espresso una preferenza spiccata verso l’autunno e l’inverno. Con l’espressione un po’ buffa e un po’ superba di chi giudica (anzi, sottolionea) un atteggiamento non conforme. Ora, premesso che a me di detta commessa, com’è ovvio, frega molto meno di niente, mi chiedo cosa ci sia di bello nell’estate, a parte le vacanze. Ad agosto:

1) è tutto chiuso, tanto che dovunque ti giri e ti volti hai l’impressione di essere l’ultimo uomo sulla Terra
2) se sei in città per qualunque caso finisci per compatirti; anche volendo non c’è niente altro da fare (cfr. punto 1)
3) fa un caldo mostruoso che ti rende bruttissimo dopo cinque minuti anche se hai passato due ore davanti allo specchio
4) si perde tutto il gusto della sorpresa: fine del “chissà che corpo si nasconde sotto cappotto e ammenicoli”. Mistero, anyone?
5) incorri in sanzioni sociali di sorta se esprimi quanto sopra

Tanto che ti ritrovi a scrivere post sull’estate, sempre quelli dal 2004, sempre uguali; e a canticchiare certe canzoni degli Ex-Otago e dei Grandaddy, sempre le stesse. Vorresti che ne fossero altre in grado di esprimere altrettanto bene il concetto, ma non te ne viene in mente nessun’altra (e niente Perturbazione, please).

Posted by MarinaP at 08:02:47 | Permalink | Comments (3)