Friday, August 29, 2008

The Winehouse Rules


Al SXSW 2007 c’era un hype mostruoso attorno a Amy Winehouse, ma ai tempi non avevo ancora imparato che un buon payoff per il festival indie più cool del pianeta dovrebbe essere “vai con le masse e male non ti troverai”. Insomma la snobbai. E oggi, di tutti gli act che mi sono persa lì e che poi pochi mesi dopo hanno fatto il botto e sfillaciato nonché distrutto la mia diffidenza, non averla mai vista dal vivo è uno dei peggiori rimpianti.
La cosa mi incuriosisce. Di tutte le celebrity sfortunate, calunniate, bizzarre e impertinenti, la Winehouse ha un posto speciale nel mio almanacco; la trovo bella, e fragile. Leggo con avidità dei pasticci in cui si ficca e quando mi trovo davanti a una sua intervista (come quella sullo scorso o presente numero di Rolling Stone) cerco di imaginarmela nei minimi dettagli: che tipo di barcollamento investe la sua andatura, con quali gesti si passa l’eyeliner, come suona la sua voce quando dice quell’ormai famoso “my baby” riferito all’adorato avanzo di galera del marito. Insomma, in sordina, ho sviluppato una disdicevole Winehouse-mania, coltivata (almeno finora) con dovizia e discrezione. Dev’essere il potere del guilty pleasure, ma in un’accezione particolare: io non possiedo Back To Black non tanto perché penso sia mainstream o puttanate del genere - mi fa pena chi la pensa così, onestamente - ma perché l’ascolto di certe canzoni della Winehouse mi spappola il cuore come poco altro.
Razionalmente, penso che la faccenda abbia a che fare con il mio debole per i girl groups, a cui lei naturalmente attinge, quanto a stile, a piene mani; dall’altro mi sembra che canzoni come la title-track sorpassino con fierezza il confine del dicibile e ricadano in qualla sfera un po’ maudit del “boh? ma per quale diavolo di ragione mi becca così male?”. Per una persona, come me, che quasi quasi non crede esistano cose non esprimibili con le parole (posizione radicale e in odor di studi universitari, di certo) si tratta sempre di una sconfitta, questa si, colpevole.

Tutto questo l’ho scritto perché ho ascoltato quanto sotto. Se vi volete malissimo cliccatela.

Lightspeed Champion - Back To Black (Amy Winehouse cover)

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Thursday, August 28, 2008

Here We Start Again.

Mi sono trasferita a Milano. Cioè. Una parte di me lo ha fatto, quella che tollera non avere dietro, con sé, il desktop, i dischi e i libri. Trovare casa prende tempo, se si vuole essere assolutamente certi di aver fatto la scelta giusta, cosa assai difficile quando le occasioni sono relativamente infinite. Così prima che inizi il nuovo lavoro (il primo in un’azienda) e mi renda conto di vivere in una metropoli (la prima con più di un’aria di temporaneità) mi sento ferma e coi muscoli tesi, come un corridore un secondo prima del via. Chi parla della sicurezza degli oggetti ha ragione; uno vorrebbe la comoda banalità delle cose, noiosa e usuale, in cima a pile di cambiamenti tanto imponenti da mettere un po’ in soggezione.

Non sono triste. Non mi manca Bologna. Sono contenta di ripartire.

Posted by MarinaP at 16:11:08 | Permalink | Comments (5)

Wednesday, August 6, 2008

Slow Show

Per certi versi è deprimente, ma mi considero davvero un buon campione della media nazionale della “mia” categoria: under-thirty, multimedia heavy consumer, foreign show-addicted, fashion follower, parla-un-italiano-pieno-di-riempitivi-inglesi-per concetti-specifici-e-meno-specifici. Così, quando le voci su Mad Men sono arrivate alle mie orecchie, ho capito che è era arrivato il suo momento e che, come me, stava raccogliendo adepti nel resto del mondo. In maniera più o meno simultanea.

MM è uno slow show in senso letteralissimo: è lento. Non è una sit-com anche se ne avrebbe davvero tutte le caratteristiche di unità spazio-temporale (gli episodi non sono conchiusi) e non è un serial che spezza la medesima storia, fatta di cliffhanger e colpi di scena mirabolanti, in più tranches (non è un Lost o un Heroes, insomma, ma ha vari elementi di Twin Peaks e di The Office). È una via di mezzo. Credo che non raccontare una storia precisa sia molto più difficile del farlo: così, MM ritrae una situazione, definisce gli alti e bassi di un mestiere tirato a lucido dopo qualche anno di oblio, ruota attorno a personaggi con storie alle spalle più o meno intense, ma scoperte con una flemma canaglia. La cornice: i favolosi 60s prima che molti costumi americani cambiassero, a partire dall’emancipazione femminile per finire con il sentire generale verso il fumo. L’epoca ormai remota concede ai creatori molte, molte licenze (ma la political correctness americana trionfa sempre alla fine; mai dubitarne).

È questione di origine: l’assiologia generale dello show non è così diversa da quella di Velluto Blu di Lynch. Il male è sottoterra, sepolto sei piedi più in basso; emerge quel tanto che serve per generare continuamente gramigna e attirare scarafaggi. Che si tratti dell’assassinio di Kennedy, dell’immoralità di una perfetta e bellissima casalinga madre di due bambini angelici, del terremoto del ‘29 che ancora vibra sotto i piedi dei magnate, del demonio stesso (il denaro, ovvio) ha poca importanza. MM scava nel male. A tenere incollati allo schermo di un telefilm così moscio e uneventful è proprio la tensione; la sensazione - invadente, scomoda, intrigante - che la caduta sia imminente. Il metodo è quello hitchcockiano. Proprio Alfredone è l’altro nume tutelare dell’operazione intera: caso non è, di certo, che i protagonisti siano dei cloni di Grace Kelly (Betty Draper) e Cary Grant (Don Draper). Non solo: la galleria è lunga - rinati dalle loro ceneri Orson Welles (Paul Kinsey) e Lauren Bacall (Rachel Menken), Bette Davis (Peggy Olson, idolo indiscusso e “protofemminista”), Shirley McLaine (Midge), Ava Gardner (l’incredibile Venere Rossa Joan Halloway). Insomma, per i seguaci del cinema americano degli anni Sessanta, un autentico spasso.

Credo che d’ora in poi, essendo a passo con la serie così com’è trasmessa negli States, commenterò ogni puntata qui su. Spolier alert, sarebbe a dire; in alternativa, passate un bel weekend asfittico a base di paglie, scotch e patemi d’animo.

Qui di sotto la sigla, just in case vi sia sfuggita. Il pezzo (Bernstein a manetta) è di RJD2.

alt : http://www.youtube.com/v/WcRr-Fb5xQo&hl=en&fs=1

Posted by MarinaP at 21:37:26 | Permalink | Comments (2)

Tuesday, August 5, 2008

A nice bottle of chilled blues, please.

Agosto è come Capodanno. Mi chiedo perché sia talmente impopolare disprezzarlo. Ieri una commessa di un negozio di scarpe qui a Milano mi ha chiesto “…ma perchè?!” quando, a domanda, le ho risposto che sarei stata di lì a poco a Copenhagen e Stoccolma. Ehm…perché sono importanti capitali europee? Perché per rilassarsi non esiste solo la sabbia? Perché sei deficiente? Dopo di che mi ha ritenuto “fuori di testa” per aver espresso una preferenza spiccata verso l’autunno e l’inverno. Con l’espressione un po’ buffa e un po’ superba di chi giudica (anzi, sottolionea) un atteggiamento non conforme. Ora, premesso che a me di detta commessa, com’è ovvio, frega molto meno di niente, mi chiedo cosa ci sia di bello nell’estate, a parte le vacanze. Ad agosto:

1) è tutto chiuso, tanto che dovunque ti giri e ti volti hai l’impressione di essere l’ultimo uomo sulla Terra
2) se sei in città per qualunque caso finisci per compatirti; anche volendo non c’è niente altro da fare (cfr. punto 1)
3) fa un caldo mostruoso che ti rende bruttissimo dopo cinque minuti anche se hai passato due ore davanti allo specchio
4) si perde tutto il gusto della sorpresa: fine del “chissà che corpo si nasconde sotto cappotto e ammenicoli”. Mistero, anyone?
5) incorri in sanzioni sociali di sorta se esprimi quanto sopra

Tanto che ti ritrovi a scrivere post sull’estate, sempre quelli dal 2004, sempre uguali; e a canticchiare certe canzoni degli Ex-Otago e dei Grandaddy, sempre le stesse. Vorresti che ne fossero altre in grado di esprimere altrettanto bene il concetto, ma non te ne viene in mente nessun’altra (e niente Perturbazione, please).

Posted by MarinaP at 08:02:47 | Permalink | Comments (3)

Sunday, August 3, 2008

The View

Quando fa caldo (cioé sempre, questi giorni) ci mettiamo con le teste ai piedi del letto, con il viso in linea d’aria rispetto alle finestre. La padrona di casa, quando presi l’appartamento ormai più di due anni fa, mi disse che loro, in agosto, lo facevano: “dopotutto è una torre, è costruita per essere fresca; non avrete mai bisogno di aria condizionata”.
Aveva ragione. E non aveva menzionato che dormire in quella particolare posizione permette agli insonni come me di godere di una vista inconsueta: Bologna nel cuore della notte, da un terzo, quasi quarto piano. La strada di casa mia; macchine parcheggiate come vacche che dormono al pascolo, un ottimo ristorante con un dehors smantellato dopo mezzanotte, un incrocio con una strada piena di trattorie, e soprattutto - soprattutto - gli alberi della Montagnola di un verde bottiglia che scintilla, nelle ore piccole, grazie ai lampioni della piazza antistante. Se uno non sapesse che si tratta di un parco di tossici dove certo gironzolare presenta alcuni inconvenienti, direbbe che da lontano assomiglia ad Hyde Park.
È la luce, mi dico. Arancione, che illumina palazzi arancioni. Oppure è la mia malinconia, ché tra poche settimane vado via. In un appartamento che, stavolta, ho preso di fretta e come vista ha, almeno di fronte, un muro. “Ogni cosa ha un prezzo”, del resto; ci penso spesso. È l’ultima frase di Persepolis.
Posted by MarinaP at 07:40:05 | Permalink | Comments (5)

Saturday, August 2, 2008

A Spanish Lullaby

Detesto la scrittura di musica che si serve di similitudini o metafore stagionali. Non so quante volte, su Vitaminic, ci siamo trovati a dire: è l’ora di finirla con “il disco da gustare sotto le coperte” oppure “l’album da ombrellone perfetto per osservare i topless”. Il tempo però influenza il modo di ascoltare la musica; meglio, si abbina facilmente a delle immagini, e colori, ben piantati nelle nostre teste.

Ad esempio, ho una chiarissima idea delle caratteristiche ideali di un disco estivo; solo, sono un po’ diverse dalla media. Il twee non mi interessa granché e per me gli xilofoni e i glockenspiel non corrispondono alle rive dell’Hana-Bi come per molta gente che conosco. Strano a dirsi, forse, ma per me una sola band è realmente sinonimo di tormenti agostini: i Calexico. A volte mi sono trovata ad aggiungere alla (mono)lista Mirah, con quella Dogs of B.A. che così tanto ha perforato il mio - e non solo mio - immaginario. Niente a che vedere con Cablehogue et similia, comunque.

Quello che ho sempre amato dei Calexico è la decadenza. La percezione tramessa delle lunghe, sudate, interminabili notti su patii mai visti, tra gonne nere di taffetà fluttuante, nacchere, rose vermiglie, baci rubati. Le danze sotto le lanterne di una festa di paese. Le acconciature demodé di donne con nei a destra, giusto sopra il labbro (cose che vedo anche in La isla Bonita di Madonna, ma questa è un’altra storia). Il deserto messicano, il confine. Tutte cose - per ragioni certo personali - che mi sono care. Luoghi che ho sognato a lungo. L’aria molle. L’abbandono.

Saprete forse meglio di me che i Calexico negli ultimi anni sono scomparsi. Voglio dire: non sono scomparsi de facto, ma hanno scritto dei dischi così merdosi che nella maggior parte di noi l’interesse è quasi del tutto scemato. La voce di Burns ha subito una specie di mutazione; possibile? Da velluto si è trasformata in cristallo. Ha cessato di colpo di suggerire, o evocare e tolto quello, i Calexico si sono trasformati in una band qualunque. Credo però che si sia trattato di una parentesi. Ché Carried To Dust è di nuovo molto bello. Non si torna del tutto ai vecchi fasti, ma rispetto a Garden Ruin è un’altra vita - sarebbe a dire, una reincarnazione nelle vecchie spoglie (c’era stato anche lo strumentale Tool Box, se vogliamo contarlo.)

D’altro canto, i Walkmen hanno scritto, bizzarro, si, il disco che i Calexico avrebbero dovuto scrivere dopo Feast of Wire. Un po’ Bono (?) e un po’ Dylan nei vocals (ma come cavolo è che improvvisamente TUTTI cantano come Dylan? Possiamo parlare di Dylan-renaissance?), le ghost dance di You & Me ormai assomigliano alla band di Convertino più della band di Convertino.

Writer’s Minor Holiday - Calexico (“Carried to Dust”, 2008)
On The Water - The Walkmen (“You & Me”, 2008)

Posted by MarinaP at 10:54:13 | Permalink | Comments (5)