The Winehouse Rules

Al SXSW 2007 c’era un hype mostruoso attorno a Amy Winehouse, ma ai tempi non avevo ancora imparato che un buon payoff per il festival indie più cool del pianeta dovrebbe essere “vai con le masse e male non ti troverai”. Insomma la snobbai. E oggi, di tutti gli act che mi sono persa lì e che poi pochi mesi dopo hanno fatto il botto e sfillaciato nonché distrutto la mia diffidenza, non averla mai vista dal vivo è uno dei peggiori rimpianti.
La cosa mi incuriosisce. Di tutte le celebrity sfortunate, calunniate, bizzarre e impertinenti, la Winehouse ha un posto speciale nel mio almanacco; la trovo bella, e fragile. Leggo con avidità dei pasticci in cui si ficca e quando mi trovo davanti a una sua intervista (come quella sullo scorso o presente numero di Rolling Stone) cerco di imaginarmela nei minimi dettagli: che tipo di barcollamento investe la sua andatura, con quali gesti si passa l’eyeliner, come suona la sua voce quando dice quell’ormai famoso “my baby” riferito all’adorato avanzo di galera del marito. Insomma, in sordina, ho sviluppato una disdicevole Winehouse-mania, coltivata (almeno finora) con dovizia e discrezione. Dev’essere il potere del guilty pleasure, ma in un’accezione particolare: io non possiedo Back To Black non tanto perché penso sia mainstream o puttanate del genere - mi fa pena chi la pensa così, onestamente - ma perché l’ascolto di certe canzoni della Winehouse mi spappola il cuore come poco altro.
Razionalmente, penso che la faccenda abbia a che fare con il mio debole per i girl groups, a cui lei naturalmente attinge, quanto a stile, a piene mani; dall’altro mi sembra che canzoni come la title-track sorpassino con fierezza il confine del dicibile e ricadano in qualla sfera un po’ maudit del “boh? ma per quale diavolo di ragione mi becca così male?”. Per una persona, come me, che quasi quasi non crede esistano cose non esprimibili con le parole (posizione radicale e in odor di studi universitari, di certo) si tratta sempre di una sconfitta, questa si, colpevole.
Tutto questo l’ho scritto perché ho ascoltato quanto sotto. Se vi volete malissimo cliccatela.


