Slow Show
Per certi versi è deprimente, ma mi considero davvero un buon campione della media nazionale della “mia” categoria: under-thirty, multimedia heavy consumer, foreign show-addicted, fashion follower, parla-un-italiano-pieno-di-riempitivi-inglesi-per concetti-specifici-e-meno-specifici. Così, quando le voci su Mad Men sono arrivate alle mie orecchie, ho capito che è era arrivato il suo momento e che, come me, stava raccogliendo adepti nel resto del mondo. In maniera più o meno simultanea.
MM è uno slow show in senso letteralissimo: è lento. Non è una sit-com anche se ne avrebbe davvero tutte le caratteristiche di unità spazio-temporale (gli episodi non sono conchiusi) e non è un serial che spezza la medesima storia, fatta di cliffhanger e colpi di scena mirabolanti, in più tranches (non è un Lost o un Heroes, insomma, ma ha vari elementi di Twin Peaks e di The Office). È una via di mezzo. Credo che non raccontare una storia precisa sia molto più difficile del farlo: così, MM ritrae una situazione, definisce gli alti e bassi di un mestiere tirato a lucido dopo qualche anno di oblio, ruota attorno a personaggi con storie alle spalle più o meno intense, ma scoperte con una flemma canaglia. La cornice: i favolosi 60s prima che molti costumi americani cambiassero, a partire dall’emancipazione femminile per finire con il sentire generale verso il fumo. L’epoca ormai remota concede ai creatori molte, molte licenze (ma la political correctness americana trionfa sempre alla fine; mai dubitarne).
È questione di origine: l’assiologia generale dello show non è così diversa da quella di Velluto Blu di Lynch. Il male è sottoterra, sepolto sei piedi più in basso; emerge quel tanto che serve per generare continuamente gramigna e attirare scarafaggi. Che si tratti dell’assassinio di Kennedy, dell’immoralità di una perfetta e bellissima casalinga madre di due bambini angelici, del terremoto del ‘29 che ancora vibra sotto i piedi dei magnate, del demonio stesso (il denaro, ovvio) ha poca importanza. MM scava nel male. A tenere incollati allo schermo di un telefilm così moscio e uneventful è proprio la tensione; la sensazione - invadente, scomoda, intrigante - che la caduta sia imminente. Il metodo è quello hitchcockiano. Proprio Alfredone è l’altro nume tutelare dell’operazione intera: caso non è, di certo, che i protagonisti siano dei cloni di Grace Kelly (Betty Draper) e Cary Grant (Don Draper). Non solo: la galleria è lunga - rinati dalle loro ceneri Orson Welles (Paul Kinsey) e Lauren Bacall (Rachel Menken), Bette Davis (Peggy Olson, idolo indiscusso e “protofemminista”), Shirley McLaine (Midge), Ava Gardner (l’incredibile Venere Rossa Joan Halloway). Insomma, per i seguaci del cinema americano degli anni Sessanta, un autentico spasso.
Credo che d’ora in poi, essendo a passo con la serie così com’è trasmessa negli States, commenterò ogni puntata qui su. Spolier alert, sarebbe a dire; in alternativa, passate un bel weekend asfittico a base di paglie, scotch e patemi d’animo.
Qui di sotto la sigla, just in case vi sia sfuggita. Il pezzo (Bernstein a manetta) è di RJD2.
In qualsiasi cosa c’è una canzone: Slow show - The National
particularly good at. Great news, nonetheless.