put pictures of places in frames
Del periodo, sei mesi, ricordo tre concerti molto bene.
Il primo aveva una line-up da brividi ed era perduto nella banlieu, in una specie di centro sociale: Julie Doiron + New Year, oh my! Il secondo è stato quello dei Concretes al Nouveau Casino, che però mi è caro per altre ragioni. Il terzo è stato quello di Kimya Dawson, con una spalla speciale.
Il Point Ephemere, che esiste ancora alla grande, è sul Canal Saint Martin. Anche quello è una specie di centro sociale, o almeno così lo ricordo, con tante locandine in bianco e nero che presentavano il concerto di Felix Kubin e quello degli Animal Collective (visto anche quello, ma non memorabile). Mi piace indagare i miei ricordi e quando rivisito i miei passi sulla strada ciottolosa sulla sponda del canale rivedo delle lucine bianche e dei tavolini fuori, un gran casino all’interno (fumo, chiacchiere, francese fittofitto) e un palco altissimo. Tra i volti ovviamente sfuocati degli avventori del bar ne ricordo uno in particolare, perché dovevo averlo incocciato dieci volte nel corso della serata: un ragazzetto basso, con un berreto, la faccia pulita e anonima, un nasino, beh, alla francese. Carinissimo - e altezzosissimo.
Lo vidi sul palco poco dopo, con un tizio alto e lungo, in pratica il suo opposto speculare: in luogo delle guance come culi di neonato, una barba lunga e incolta, al posto dell’andatura fiera un passo sbilenco. Scoprii che il fanciulletto era Néman Dune. E, quanto alla sua controfigura attraverso lo specchio, si trattava di Herman David-Ivar. La band, ma và?, erano gli Herman Dune, oltretutto - mi dissero - proprietari del Point Ephemere (da lì la superbia da padrone di casa del giovane Néman). Così feci la loro conoscenza: accidenti, giocavano in casa.
Del 2008 appena passato serbo il disco degli Herman Dune. Che dal 2004 non hanno smesso di rappresentare quello che per me dovrebbe essere un certo tipo di folk cialtrone e slam, vicinissimo a quello del Calvin Johnson su cui mi sono formata (nel settore). Sono francesi, metà svedesi, americani nel nocciolo: da questa commistione mi sembra venga la finezza delle loro canzoni e allo stesso tempo la loro sciatteria. Non so se vi è capitato di ascoltare Next Year In Zion, sappiate che è una collezione di pezzi che insieme suonano perfetti per miracolo, perché sembrano accatastati uno sull’altro la sera prima, durante una sbronza colossale in un baraccio. Sono storie semplicissime, i testi sono spesso e volentieri male arrangiati, eppure arrivano all’orecchio poetici e ubiqui, adatti a ogni luogo, ogni momento. Sento negli Herman Dune qualcosa che assomiglia a stracci della cultura beatnik e del pop degli anni Novanta, un caos meraviglioso che funziona per puro caso, o così pare.
Una sola traccia fa eccezione, ed è la prima, la mia canzone del 2008: My Home Is Nowhere Without You. Sarà per via di quegli anni ancora assai nitidi, quelli parigini, perché il video, attraverso il quale l’ho conosciuta, sembra essere girato a Parigi. Sarà che il 2008 è stato l’anno in cui, più che mai, mi sono sentita senza casa al punto che la sola casa erano i miei affetti.
Credo, però, che gli Herman Dune cresceranno ancora, che questo sia solo un assaggio di quel che sono capaci.
Herman Dune l’ho incrociato una volta mentre metteva i dischi al Pop-In, fu molto gentile e non mi fece cacciare dal locale nonostante fosse l’unico che mi avesse visto scavalcare il bancone del bar in un momento di ubriachezza molesta…sarei voluto tornare per ringraziarlo ma poi partirono in tourné.
Ah! Jolie souvenir de Paris!
Comunque… c’è la tua cucina sul mio blog…
baci!
Alessandro Tota
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