Sunday, August 3, 2008

The View

Quando fa caldo (cioé sempre, questi giorni) ci mettiamo con le teste ai piedi del letto, con il viso in linea d’aria rispetto alle finestre. La padrona di casa, quando presi l’appartamento ormai più di due anni fa, mi disse che loro, in agosto, lo facevano: “dopotutto è una torre, è costruita per essere fresca; non avrete mai bisogno di aria condizionata”.
Aveva ragione. E non aveva menzionato che dormire in quella particolare posizione permette agli insonni come me di godere di una vista inconsueta: Bologna nel cuore della notte, da un terzo, quasi quarto piano. La strada di casa mia; macchine parcheggiate come vacche che dormono al pascolo, un ottimo ristorante con un dehors smantellato dopo mezzanotte, un incrocio con una strada piena di trattorie, e soprattutto - soprattutto - gli alberi della Montagnola di un verde bottiglia che scintilla, nelle ore piccole, grazie ai lampioni della piazza antistante. Se uno non sapesse che si tratta di un parco di tossici dove certo gironzolare presenta alcuni inconvenienti, direbbe che da lontano assomiglia ad Hyde Park.
È la luce, mi dico. Arancione, che illumina palazzi arancioni. Oppure è la mia malinconia, ché tra poche settimane vado via. In un appartamento che, stavolta, ho preso di fretta e come vista ha, almeno di fronte, un muro. “Ogni cosa ha un prezzo”, del resto; ci penso spesso. È l’ultima frase di Persepolis.
Posted by MarinaP at 07:40:05 | Permalink | Comments (5)

Saturday, August 2, 2008

A Spanish Lullaby

Detesto la scrittura di musica che si serve di similitudini o metafore stagionali. Non so quante volte, su Vitaminic, ci siamo trovati a dire: è l’ora di finirla con “il disco da gustare sotto le coperte” oppure “l’album da ombrellone perfetto per osservare i topless”. Il tempo però influenza il modo di ascoltare la musica; meglio, si abbina facilmente a delle immagini, e colori, ben piantati nelle nostre teste.

Ad esempio, ho una chiarissima idea delle caratteristiche ideali di un disco estivo; solo, sono un po’ diverse dalla media. Il twee non mi interessa granché e per me gli xilofoni e i glockenspiel non corrispondono alle rive dell’Hana-Bi come per molta gente che conosco. Strano a dirsi, forse, ma per me una sola band è realmente sinonimo di tormenti agostini: i Calexico. A volte mi sono trovata ad aggiungere alla (mono)lista Mirah, con quella Dogs of B.A. che così tanto ha perforato il mio - e non solo mio - immaginario. Niente a che vedere con Cablehogue et similia, comunque.

Quello che ho sempre amato dei Calexico è la decadenza. La percezione tramessa delle lunghe, sudate, interminabili notti su patii mai visti, tra gonne nere di taffetà fluttuante, nacchere, rose vermiglie, baci rubati. Le danze sotto le lanterne di una festa di paese. Le acconciature demodé di donne con nei a destra, giusto sopra il labbro (cose che vedo anche in La isla Bonita di Madonna, ma questa è un’altra storia). Il deserto messicano, il confine. Tutte cose - per ragioni certo personali - che mi sono care. Luoghi che ho sognato a lungo. L’aria molle. L’abbandono.

Saprete forse meglio di me che i Calexico negli ultimi anni sono scomparsi. Voglio dire: non sono scomparsi de facto, ma hanno scritto dei dischi così merdosi che nella maggior parte di noi l’interesse è quasi del tutto scemato. La voce di Burns ha subito una specie di mutazione; possibile? Da velluto si è trasformata in cristallo. Ha cessato di colpo di suggerire, o evocare e tolto quello, i Calexico si sono trasformati in una band qualunque. Credo però che si sia trattato di una parentesi. Ché Carried To Dust è di nuovo molto bello. Non si torna del tutto ai vecchi fasti, ma rispetto a Garden Ruin è un’altra vita - sarebbe a dire, una reincarnazione nelle vecchie spoglie (c’era stato anche lo strumentale Tool Box, se vogliamo contarlo.)

D’altro canto, i Walkmen hanno scritto, bizzarro, si, il disco che i Calexico avrebbero dovuto scrivere dopo Feast of Wire. Un po’ Bono (?) e un po’ Dylan nei vocals (ma come cavolo è che improvvisamente TUTTI cantano come Dylan? Possiamo parlare di Dylan-renaissance?), le ghost dance di You & Me ormai assomigliano alla band di Convertino più della band di Convertino.

Writer’s Minor Holiday - Calexico (“Carried to Dust”, 2008)
On The Water - The Walkmen (“You & Me”, 2008)

Posted by MarinaP at 10:54:13 | Permalink | Comments (5)